Un buon caffè, da gustare con lentezza, contro lo stress della vita moderna

Un buon caffè, l’aroma che sale lieve alla narici, il ritmo lento di un’antica ricetta contro lo stress della vita moderna.

Siamo costantemente borbardati dall’annunciazione di catastrofi imminenti. Le emergenze ci incalzano togliendo sapore alla vita. C’è l’emergenza ambientale con i mari inquinati e i pesci imbottiti di mercurio e plastica; l’emergenza economica con la recessione diero l’angolo e il lavoro che non si trova; l’emergenza immigrazione con gli stranieri che ci tolgono il lavoro e stuprano le nostre donne; l’emergenza femminicida con le nostre donne massacrate da italianissimi uomini. Basta! Prendiamoci una pausa, magari con un buon caffè napoletano preparato con lenta consapevolezza secondo il rito descritto da Pasquale Lojacono al dirimpettaio prof. Santanna.

Parliamo di “Questi fantasmi! “, scritta da Eduardo De Filippo nel 1945 ed interpretata dallo stesso commediografo il 7 gennaio 1946, al Teatro Eliseo di Roma, con la Compagnia «Il Teatro di Eduardo con Titina De Filippo».

Il 7 giugno 1955 la commedia fu rappresentata a Parigi, al Théâtre de la Ville – Sarah Bernhardt, in occasione del “Festival internazionale d’arte drammatica” (Questi fantasmi! è stata la prima  commedia di Eduardo rappresentata all’estero).

La trama è semplice: Pasquale Lojacono è tormentato dalle infedeltà della moglie, ma è propenso a credere, assai pirandellianamente, che siano i fantasmi a portargli in casa i denari che lascia il ricco amante dell’allegra consorte.

Vediamo la scena madre: Pasquale, seduto fuori al balcone, ha disposto, davanti a sé, un’altra sedia con sopra una piccola macchinetta da caffè napoletana (la “cuccumella”) una tazzina e un piattino. Mentre attende che il caffè sia pronto parla con il dirimpettaio prof. Santanna.

“A noialtri napoletani, toglierci questo poco di sfogo fuori al balcone… Io, per esempio, a tutto rinuncerei tranne a questa tazzina di caffè, presa tranquillamente qua, fuori al balcone, dopo quell’oretta di sonno che uno si è fatta dopo mangiato. E me la devo fare io stesso, con le mie mani. Questa è una macchinetta per quattro tazze, ma se ne possono ricavare pure sei, e se le tazze sono piccole pure otto per gli amici… il caffè costa cosi’ caro… (Ascolta, poi) Mia moglie non mi onora, queste cose non le capisce. E’ molto più giovane di me, sapete, e la nuova generazione ha perduto queste abitudini che, secondo me, sotto un certo punto di vista sono la poesia della vita; perché, oltre a farvi occupare il tempo, vi danno pure una certa serenità di spirito. Neh, scusate chi mai potrebbe prepararmi un caffè come me lo preparo io, con lo stesso zelo… con la stessa cura. Capirete che, dovendo servire me stesso, seguo le vere esperienze e non trascuro niente… Sul becco… lo vedete il becco? (Prende la macchinetta in mano e indica il becco della caffettiera) Qua, professore, dove guardate? Questo… (Ascolta) Vi piace sempre di scherzare…. No, no… scherzate pure… Sul becco io ci metto questo coppitello di carta… (lo mostra) Pare niente, questo coppitello ci ha la sua funzione… E già perchè il fumo denso del primo caffè che scorre, che poi e il più carico, non si disperde. Come pure, professò, prima di colare l’acqua, che bisogna farla bollire per tre o quattro minuti, per lo meno, prima di dicevo, nella parte interna della capsula bucherellata, bisogna cospargervi mezzo cucchiaino di polvere appena macinata – piccolo segreto! In modo che, nel momento della colata qua, in pieno bollore, già si aromatizza per conto suo.”

Insomma con la “cuccumella” si ottiene, seguendo un rito casalingo che non ammette fretta, un caffè di consistenza leggera e di gusto pieno che fa bene al cuore.

Per la ricetta del caffè “alla napoletana” clicca qui

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