“L’arte della gioia” , di Goliarda Sapienza, è un romanzo poderoso, anticonvenzionale e sorprendentemente moderno, scritto tra gli anni ’60 e ’70 ma pubblicato integralmente solo dopo la morte dell’autrice. Racconta l’intera vita di Modesta, nata poverissima il 1° gennaio 1900, che attraverso intelligenza, desiderio, volontà e un’irriducibile fame di libertà costruisce il proprio destino in un’Italia che cambia.
Il romanzo segue Modesta dall’infanzia segnata dalla miseria fino all’affermazione sociale e intellettuale, passando per amori, rapporti di potere, manipolazioni e scelte scandalose per la morale del tempo. Modesta non è una protagonista “buona”, ma è profondamente umana, complessa, ribelle, capace di prendere ciò che vuole e di amarsi senza vergogna. Questo la rende unica e, per molti lettori, indimenticabile.
Lo stile della Sapienza è ricco, intenso, sensuale, capace di unire introspezione psicologica, narrazione epica e riflessione politica. Il romanzo sfida i ruoli di genere, la famiglia patriarcale, la religione come imposizione morale, e propone un’idea di gioia come conquista personale, mai concessa.
Si tratta di un’opera monumentale e visionaria, che anticipa temi contemporanei e continua a essere riscoperta come uno dei romanzi italiani più audaci e liberi del Novecento.
Nel romanzo, soprattutto nella parte ambientata nel convento e nella prima giovinezza di Modesta, compaiono piatti poveri della tradizione contadina siciliana. Uno di questi è una minestra semplice, preparata con ingredienti disponibili anche ai più poveri: fave secche, finocchietto selvatico e pochi condimenti. Questa ricetta rispecchia perfettamente l’atmosfera della prima parte del libro: essenziale, ruvida, nutritiva, legata a un mondo femminile di necessità e sopravvivenza.
La minestra è una zuppa densa, color ocra, in cui le fave si disfano lentamente fino a creare una crema rustica. Il finocchietto selvatico aggiunge un profumo erbaceo, quasi balsamico, tipico delle campagne siciliane. L’olio, usato con parsimonia, completa il piatto, mentre il pane raffermo, abbrustolito o ammollato, serve da sostegno per rendere il pasto più sostanzioso.
È un cibo povero ma dignitoso, che nel romanzo ha anche un valore simbolico: è la nutrizione minima che sostiene Modesta, la base corporea da cui parte la sua lenta ma inesorabile emancipazione.
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(contenuto sviluppato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale)
