“Le fere, essenzialmente femmine, sono voraci e sadiche, furbe e irridenti”
Parliamo di uno dei migliori romanzi del novecento, “Horcinus orca”, di Stefano d’Arrigo (prima edizione, 1975, Mondadori.
Questa la trama: un giorno d’ottobre del 1943, in un paesaggio distrutto dalla guerra, ‘Ndria Cambria, un marinaio del Regio Esercito, torna ad Acqualatroni, il suo paese d’origine al di là dello Stretto di Messina, e ritrova il padre e gli altri pescatori stremati dalla fame e alle prese con un enorme animale marino, un’Orca, appunto, o ferone, che sta morendo nelle acque davanti al paese.
L’Orca è, quindi la protagonista sempre immobile del romanzo intorno alla quale, però, si muovono agilissimi i delfini, le “fere”. Per i pescatori di Acqualatroni, le fere però, sono molto lontane dall’idea comune del delfino, termine che in quel mondo non è mai usato, ma astutissime e crudeli nemiche dell’uomo.
